Buon ferragosto da Sports&Beyond!

Buon ferragosto da Sports&Beyond!

Ci abbiamo pensato a cosa augurarvi in questo mese di pausa, per alcuni forzata per altri fortemente desiderata e per altri ancora saltata.

Ed ecco qui che arriviamo con:

5 cose da abbandonare

  1. senso di colpa nel prendersi una pausa
  2. incapacità di staccare la spina
  3. il bisogno di controllo
  4. la paura del cambiamento
  5. autocritica negativa

1 promemoria

Ferragosto ha origini antiche.

Il Ferragosto è una festività di origine romana antica, celebrata il 15 agosto in Italia, a San Marino e nel Canton Ticino. Il giorno di Ferragosto è tradizionalmente dedicato alle gite fuori porta, grigliate, pranzi al sacco e, data la calura stagionale, a rinfrescanti bagni nelle piscine, nelle acque marine, fluviali o lacustri. Molto diffuso anche l’esodo verso le località montane o collinari in cerca di refrigerio.

ll termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina Feriae Augusti (riposo di Augusto) indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. che si aggiungeva alle altre festività cadenti nello stesso mese.

Era un periodo di riposo e di festeggiamenti che traeva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso, dio della terra e della fertilità. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. [Tratto da Wikipedia].

Dunque

5 cose da fare + 1

  1. Stacchiamo la spina
  2. Riposiamo
  3. Godiamoci famiglia e amici
  4. Godiamoci natura cultura lettura e quello che volete
  5. Facciamo attività fisica 😉

+ 1 soprattutto divertiamoci!

Buon ferragosto a tutti!


ULTIMI ARTICOLI

Cibus Miglior Campagna New Media

Cibus Miglior Campagna New Media


Nel nostro primo incontro dello scorso anno con Fiorani & C., avevamo fissato un obiettivo ben preciso: 

creare una comunicazione distintiva per il brand nel mondo dello sport attraverso una campagna social con sportivi testimonial dei nuovi prodotti di Fiorani “prêt-à-porter”, freschi, bilanciati e pronti all’uso anche per chi, come i nostri atleti, facilmente può trovarsi a consumare il pasto in situazioni tutt’altro che comode.

Essendo un esperimento del tutto nuovo per l’azienda, era il caso di pensare a un primo passo nel mondo dello sport che permettesse di creare un modello virtuoso replicabile

È così che abbiamo deciso di partire con un atleta e abbiamo fatto la scelta di Tamara Lunger che di lì a poco sarebbe partita con il suo camper per il Tamara Tour Spain per scalare le montagne più alte della Spagna. Quale occasione migliore?

Strategia e piano di comunicazione di Sports&Beyond in condivisione e coordinamento con l’azienda, la disponibilità di Tamara e l’autenticità dei contenuti sopra a tutto hanno portato, a meno di un anno di collaborazione, a poter annunciare un eccezionale risultato!

Sport ambassador Tamara Lunger

L’azienda ha raggiunto nuove vette con la nostra atleta, ottenendo un riconoscimento importante: durante la 14esima edizione dei Tespi Awards in occasione di CIBUS International Food Exhibition 2022 (FiereParma) Fiorani & C. è stata premiata per: 

Miglior campagna new media “Campagna social con la testimonial Tamara Lunger”.

Ringraziamo l’azienda per la fiducia e ci congratuliamo per il premio!

Credits campagna Fiorani 2021-2022

Account: Agnese Frigerio
Art direction: Andrea Babato
Athlete management: Marianna Zanatta

Hashtag dell’articolo

#influencer #influencermarketing #sportambassador #tamaralunger #sportmarketing


Vuoi creare una tua campagna con uno sport ambassador?

Sponsorship vs influencer marketing #03/03

Sponsorship vs influencer marketing #03/03

L’OPPORTUNITÀ – il ruolo chiave degli atleti nel mondo digitale

Le aziende oggi hanno una grande opportunità: nello sviluppo delle attività di influencer marketing possono infatti scegliere soggetti che su un piano digitale riescono ad accompagnare una community nel loro mondo di riferimento. E se (SE) sono bravi riescono anche a far vendere prodotti.

In un budget di marketing le aziende possono riservare uno spazio più o meno grande sia a pseudo-atleti digitali sia ad atleti professionisti con un impegno a livello economico/finanziario variabile (quindi non necessariamente economico) ma sicuramente light e di breve durata da un punto di vista contrattuale. Il ROI è misurabile sia che si tratti di far girare il brand che di vendere prodotti.

Per le aziende che hanno un DNA sportivo questa opportunità è ancora più strutturata e diversificata: possono infatti pensare anche a un’attivazione con degli influencer, quindi a un investimento su un piano totalmente digitale, per raggiungere un’audience più ampia e diversificata, ma devono stare molto attente a come farlo. 

Questo tipo di attività deve essere inserita in una strategia che comunque continua a dare priorità alle sponsorizzazioni di atleti professionisti e le attività devono essere allineate per poter lavorare in maniera sinergica.

Perché?

Perché esistono due piani diversi attraverso cui comunicare che non si toccano e sono divisi da l’unica peculiarità umana che dal reale riesce a passare attraverso il digitale: LE EMOZIONI.

Ma dal punto di vista di un’azienda, come abbiamo visto, ciò che differisce davvero tra la sponsorizzazione e l’influencer marketing è il patrimonio intangibile che la sponsorizzazione sportiva porta sul tavolo. 

Gli sport rappresentano certi valori, hanno un significato emotivo per i loro fan. Quando inizi a sponsorizzare una certa squadra sportiva, o un atleta, stai “comprando” la fedeltà di quei fan, e allo stesso tempo stai associando il tuo marchio ai valori che la squadra, l’atleta e lo sport rappresentano. Con gli influencer, questo è molto più difficile da ottenere.

LA RESPONSABILITÀ – preparazione, conoscenza, strategia e piano strutturato

Quando si confrontano le diverse strategie di marketing, il fattore più importante da considerare sono gli obiettivi e gli impatti che la suddetta campagna avrebbe. Ogni azienda si avventura in un’attività di marketing per raggiungere determinati obiettivi e ogni attività di marketing avrà impatti tangibili e intangibili. Ed è qui che crediamo che il Marketing Responsabile giochi un ruolo enorme. 

Perché un’azienda che intende essere competitiva nel lungo periodo non pensa solo a fare profitti, ma anche e soprattutto a portare un cambiamento e a creare valore per i suoi clienti e per la società in generale.

E da una prospettiva di Marketing Responsabile, le Sponsorizzazioni saranno sempre un’opzione migliore dell’Influencer Marketing. In primo luogo, lo sport e le squadre sportive sono rilevanti al di là delle generazioni, si rivolgono a diverse fasce di età e alcuni di loro hanno anche un’eredità di oltre cento anni. E questa associazione e credibilità è qualcosa a cui, come azienda o brand, vorresti essere associato. Mentre gli influencer possono avere un impatto e dei “numeri” molto elevati ma hanno una durata molto ridotta. Possono essere rilevanti oggi, ma saranno rilevanti domani? Nessuno lo sa con certezza.

Anche da un punto di vista sociale, i club sono una parte della comunità, restituiscono alla comunità, aggiungono valore alla comunità e a ogni singola persona all’interno della comunità. Mentre la stragrande maggioranza degli influencer oggi promuove soprattutto uno stile di vita sontuoso e ostenta la bella vita che sta vivendo. E questo non è proprio una buona influenza sulle giovani generazioni. 

Quando un marchio collabora con un influencer e lo paga una certa somma di denaro, i marchi sanno dove vanno a finire questi soldi? Si preoccupano dell’uso che viene fatto dei soldi che hanno appena pagato? Beh, noi crediamo che dovrebbero, ed è questo il senso del marketing responsabile

Quando si tratta di un club sportivo, si sa che il denaro pagato al club è destinato alla gestione del club, agli stipendi, alle risorse, alla base e alle accademie e anche alla comunità e alla società. Ma quando si tratta di un influencer, il più delle volte il denaro va a finanziare lo “stile di vita instagrammabile” del suddetto influencer. Questo porta solo a sempre più ragazzi che idolatrano uno stile di vita falso e malsano. 

Di nuovo, non stiamo dicendo che tutti gli influencer sono uguali. Ce ne sono alcuni davvero bravi che aggiungono un concreto valore alla loro particolare nicchia e si impegnano anche a “educare” il loro pubblico. Ma si tratta comunque purtroppo di una minoranza.

Ecco perché crediamo che la sponsorizzazione, specialmente nello sport, sia una strategia di marketing più efficace e sostenibile per i marchi rispetto all’influencer marketing. Siete d’accordo?

L’AUTENTICITÀ – che fa rima con verità

Fintanto che saremo esseri umani e manterremo una parte di umanità saremo in grado di distinguere, consapevolmente o inconsciamente, e sceglieremo.

Anche in un’epoca che sta accelerando verso un mondo totalmente virtuale, il faro che ci guida è ancora – almeno oggi – fatto di sogni, di paura, di fatica, di successi e di fallimenti. Possibilmente veri e non simulati.

Qualsiasi scelta venga fatta, questo ci deve sempre tenere molto all’erta e controllori sulla croce e delizia per eccellenza di ogni nostra azione: l’autenticità.

Quando l’autenticità viene messa in discussione accende una luce potente: che cosa c’è sotto? È tutto vero? O è tutto falso? 

“Ma quello è un ironman per davvero o fa solo finta di esserlo???”

Il solo dubbio fa scricchiolare ogni buon pensiero, ogni buona azione, e manda a monte ogni buona strategia e ogni buon piano. Ma non è tutto perduto se, lato azienda, c’è consapevolezza costante della strategia e delle scelta del piano d’azione.

E a questo punto, pensiamoci bene, la domanda importante è un’altra e ha radici più profonde: 

Da dove voglio che parta la verità?

Per aiutarci a rispondere potremmo riguardare The Truman Show che per decenni ha fatto scuola… e oggi potremmo anche guardarlo con la lente di Anna Soroki aka Delvey che può aiutare a dare nuove chiavi di lettura anche ai mondi reali attraverso i mondi inventati nel digitale grazie ai selfie collocati in “dove vorrei essere e sono, anche se a tutti gli effetti non potrei”.

Eh già, dura la vita!  Noi continuiamo a considerare valido (= capace di portare un buon ROI) un programma di sponsorship ben strutturato ed “educato” con un team autentico di atleti autentici che casomai imparano a fare bene i selfie, 

Ma pensiamoci di nuovo bene, quante Anna Delvey del mondo dello sport ognuno di noi conosce? Possiamo fare davvero finta che non esistano? O possiamo invece fare in modo che i vari mondi convivano pacificamente producendo i risultati giusti per le aziende?

La nostra risposta è sì. Se volete sapere come, contattateci!

Marianna Zanatta 

Tel. +39 340 6249031

Sponsorship vs influencer marketing #02/03

Sponsorship vs influencer marketing #02/03

IL PALCOSCENICO – il mondo fisico e il mondo digitale

Per guardare ai possibili punti di incontro e per valutare pro e contro di un’eventuale convivenza tra progetti di sponsorship e di influencer marketing dobbiamo prima di tutto guardare al punto di partenza di queste due realtà.

L’atleta ha base nel mondo fisico, che è anche il suo primo palcoscenico: un campo da calcio, da tennis, basket, volley, una montagna, un deserto, una strada asfaltata; la sua attività è caratterizzata da interazioni con altre persone: rivali, compagni di squadra, un entourage tecnico. E proprio in questo mondo fisico l’atleta si muove, matura una riconoscibilità, compie un percorso, ottiene dei riconoscimenti, misura il suo valore, e costruisce e sviluppa il suo storytelling

L’influencer compie i suoi primi passi a partire da un mondo digitale, che è il suo palcoscenico, in questo contesto il mondo fisico diventa di fatto solo una “scenografia” e uno sfondo su cui costruire una narrazione, ma la sua storia, il suo valore, il suo storytelling vengono strutturati nel mondo digitale e rispondono  alle sue dinamiche.

Un atleta ha il suo primo riconoscimento quando la sua performance viene misurata e valutata nel mondo fisico e, di conseguenza, può decidere di utilizzare questa sua riconoscibilità nella comunicazione del mondo digitale. 

Un influencer invece costruisce la sua riconoscibilità interamente nel mondo digitale.

ESSERE E PARLARE – comunicare nel mondo digitale

Per intraprendere la carriera di influencer come abbiamo detto la prima e fondamentale cosa da fare è costruire un’identità nel mondo digitale. Un influencer deve innanzitutto scegliere un ambito in cui agire – nel caso dello sport magari una disciplina – e ciò a cui deve mirare è attrarre e far crescere una community attorno a sé che vuole appartenere a quel mondo, vuole saperne sempre di più e decide che quel influencer specifico è il suo punto di riferimento in quell’ambito. Questa cruciale scelta può essere determinata da motivi diversi:  senso estetico? Contenuti di rilievo? Coerenza nel contesto ambiente? Amicizie o conoscenze celebri esposte? O altri elementi che esercitano un’attrattiva.

L’influencer che riesce ad avere una community targetizzata nel mondo outdoor –dal trekking, ai primi passi nel climbing, all’esplorazione della foresta pluviale… – non deve eccellere in quello che fa, non deve necessariamente aver fatto un lungo percorso in quell’ambito, avere una storia di successi

È “sufficiente” che si accrediti in quel mondo attraverso le immagini – video e foto – che lo collocano dove la sua community a un certo punto “pretende” sia.

Un influencer esiste perché esiste un palcoscenico digitale che ha scenografie, sceneggiature, co-protagonisti e comparse coerenti con il mondo che l’influencer costruisce attorno a sé. Non servono nemmeno copy strutturati, bastano didascalie costruite a partire dai messaggi che si sceglie di mandare.  

L’obiettivo su cui si valuta il successo o l’insuccesso per un influencer ha a che fare con numeri e percentualifollower, views, engagement.

Per diventare un atleta professionista la prima cosa che si deve costruire e custodire è un sogno, meglio se di lunga durata. Senza un sogno le possibilità di diventare un atleta professionista sono ZERO. Perché solo la forza che è in grado di darci un sogno può sostenere un atleta mentre attraversa la fatica, i sacrifici e i fallimenti.

Volendo essere più precisi ciò che crea un atleta professionista è un sogno trasformato in un obiettivo, che cresce insieme a lui. Un obiettivo che deve essere sempre misurabile nella realtà.

Il campo d’azione di un atleta è  sempre reale e misurabile, che sia la pista di atleticail campo di calcio, il rettangolo rosso… Perfino gli atleti che non hanno un campo d’azione ben definito, non hanno delle regole scritte da una federazione, non hanno una federazione, comunque devono riuscire a trasformare gli obiettivi e i campi in qualcosa di misurabile: per esempio gli alpinisti hanno la vetta fatta di metri e della storia delle salite a quella vetta. Un altro strumento di misura nella realtà è poi rappresentato dagli “avversari” e dai competitor.

Arrivati a questo punto risulta evidente la principale differenza tra un atleta professionista che comunica se stesso anche nel mondo digitale e un influencer sportivo.

Un atleta può decidere di sfruttare la sua storia, il suo background e lo storytelling costruito in anni di obiettivi misurati e raggiunti nel mondo reale per parlare anche al mondo digitale.

Quindi un atleta può prestarsi all’influencer marketing, MA un influencer non sarà mai un atleta.

Esiste comunque una via di mezzo tra le due categorie, anzi due:

  1. L’atleta che è già a un buon punto della sua carriera ma non ha portato a casa grandi successi, in quel caso il palcoscenico digitale può diventare lo spazio/tempo attraverso cui capitalizzare una vita dedicata a uno sport;
  2. Atleti non professionisti che hanno coltivato un sogno o una passione sportiva in parallelo a una vita “normale” al di fuori dello sport. Il fatto di aver comunque dedicato tutto il loro tempo libero al loro sport-passione può farli diventare dei punti di riferimento per una determinata community nel momento in cui decidono di condividere sul palcoscenico digitale le loro esperienze e le conoscenze acquisite.

L’AUDIENCE – con chi stiamo comunicando

“A ognuno il proprio pubblico.”

Questo statement è sufficiente a mettere in pace le coscienze e a farci credere che sia tutto semplice?

No.

Anzi, è un’affermazione che dovrebbe spingerci a cercare di capire ancora meglio chi è l’audience. E non solo in termini di target perché oggi i numeri sono molto più “impastati” di qualche tempo fa. Se vogliamo comunicare in maniera efficace nel mondo digitale dobbiamo guardare a tutti: monitorare le tendenze dei target più giovani, vulnerabili e dinamici per cercare di prevederne la prossima mossa e allo stesso tempo fare attenzione a dove e a come si muovono quelli con il portafoglio (che ricordo che in Italia sono sempre i più vecchi, il mito del trentenne milionario rimane USA).

Quello che voglio dire è che ragionare in termini “onesti” sul ruolo e sull’importanza dell’audience significa anche lasciare andare l’atteggiamento snobistico di chi la sa lunga su come funziona il mondo digitale (alla fine comanda sempre il portafoglio).

Al di là della targetizzazione (più o meno scrupolosa) una delle cose su cui dobbiamo concentrare un po’ della nostra attenzione sono i comportamenti trasversali che hanno un impatto sociologico, filosofico, psicologico, antropologico… e da questi si genera la domanda più importante che detta legge sul palcoscenico digitale: 

Come vengono fruiti i contenuti? A cosa si è arrivati?

A velocità di fruizione, poca attenzione dedicata, zero approfondimento, generazione di opinioni non necessariamente basata sui fatti ma su altre opinioni che dominano grazie alla SEO, zero cultura dell’argomento, e linguaggio visivo e testuale che si adattano a questa logica.

Seppur ammetto che questa sia la cosa che più mi spaventa visto che vengo dal credo “la parola forma il pensiero e il pensiero forma il comportamento”, in questo contesto mi interessa semplicemente far presente che noi operatori siamo tutti portati a rispettare il volere dell’audience, soprattutto dell’audience pagante

Questo significa che la distinzione tra influencer e atleti (e le sfumature di grigio in mezzo) sul piano della comunicazione non è così facile da far emergere.

E attenzione questo non significa che la soluzione è lavarsene le mani, questa consapevolezza deve soprattutto ricordarci che è molto importante essere vigili, essere onesti, essere rispettosi, essere leali, verso il proprio pubblico, verso il proprio cliente. Dei valori ancora validi oltre il confine generazionale dei baby boomer.

Sponsorship vs influencer marketing #01/03

Sponsorship vs influencer marketing #01/03

LA PREMESSA – è arrivato l’influencer marketing

Da qualche anno nel mondo dello sport e più in particolare in quello dello sport marketing c’è un argomento che prende molto spazio: la tendenza, e di conseguenza l’utilità, a dare spazio ad attività di influencer marketing all’interno dei budget aziendali anche di aziende con DNA sportivo.

Se allarghiamo lo sguardo non si tratta certo di un tema “nuovo” ma del resto è risaputo che “se nella moda accade oggi, nello sport lo vediamo tra due anni” in questo caso specifico voglio però pensare che il motivo non sia da ricercare in questa vecchia tradizione (o bug) di ritardo fisiologico del mondo sportivo nelle mode del momento, ma nel sistema immunitario delle strategie di marketing e comunicazione delle aziende protagoniste del mondo sport indissolubilmente legato

all’indistruttibile e incontestabile connessione emozionale del brand con la propria audience attraverso ambassador di alto livello, sportivi reali che fanno cose reali, in un mondo reale e che facendo ciò che fanno provano emozioni reali.

Come professionisti nati e cresciuti nel marketing e comunicazione dello sport è da qualche anno che abbiamo a che fare con un cambiamento – anche se non repentino – e ci siamo trovati più volte a riflettere sul tema.

È chiaro che da esperti di sports marketing, da responsabili di team di atleti in azienda prima e poi da manager di atleti come liberi professionisti, quando l’influencer marketing si è introdotto nel mondo dello sport abbiamo avuto una prima reazione di rigetto.  Si sa, le novità e i cambiamenti fanno sempre prima di tutto paura. E generano le prime domande che portano con sé dubbi e critiche negative. 

LA DOMANDA – è possibile una convivenza?

Ecco dunque che a partire dalla nostra esperienza ci siamo approcciati al fenomeno, per fortuna nel farlo abbiamo adottato l’atteggiamento che cerchiamo di tenere sempre quando guardiamo qualcosa di nuovo: un’apertura alla filosofia orientale dell’inclusione piuttosto che dell’esclusione. È così che prima di cedere al naturale istinto di difesa e chiusura – “Cosa fa quello? Riesce a far finta di essere un ironman??? E guarda in quanti gli danno retta…” –, abbiamo cercato di capire meglio che cosa stesse accadendo, quali nuove dinamiche il fenomeno potesse far nascere e crescere, guardandolo un po’ più da vicino.

E la prima domanda a cui abbiamo avuto voglia di rispondere è: 

Ci troviamo davvero di fronte a una scelta, a un bivio? O forse un programma di sponsorship può coesistere con un piano di influencer marketing? Ed eventualmente, in che modo?

All’apparenza, la sponsorizzazione e l’influencer marketing possono sembrare molto simili: in entrambi i casi un brand paga un soggetto una certa somma di denaro (e/o con prodotto) e in cambio, il soggetto promuove il marchio e i prodotti tra i suoi fan. 

Ma c’è intanto una differenza importante che ha a che fare con la durata: le sponsorizzazioni sono fatte per lunghi periodi di tempo (di solito pluriennali), mentre le collaborazioni di influencer marketing sono temporanee e di solito calcolate su un numero X di post da pubblicare in un dato tempo e nella maggior parte dei casi, le campagne non durano più di qualche settimana. 

Quello che vorremmo fare ora, con una serie di articoli sull’argomento, è provare a guardare le due attività di marketing da diverse prospettive e cercare di capire in che modo una influenza l’altra.

Pronti?

Stay tuned 😉

Marianna Zanatta – Sports&Beyond

Simone Moro annuncia la conclusione della spedizione al Manaslu

Simone Moro annuncia la conclusione della spedizione al Manaslu

Simone Moro e Alex Txicon, insieme a tutto il loro team, annunciano la conclusione anticipata della spedizione al Manaslu.

Questo era il quarto tentativo di salita della montagna nepalese in inverno per l’alpinista Bergamasco.

Simone Moro e Alex Txicon, insieme a tutto il loro team, annunciano la conclusione anticipata della loro spedizione invernale 2021/2022 che prevedeva la salita del Manaslu (8163 m.), l’ottava montagna più alta del mondo, e del Manaslu Pinnacle (7992 m).

“Oggi utilizziamo questo giorno di sole per impacchettare tutto perché già da stasera inizia a nevicare e continuerà poi domani e dopodomani” dichiara Simone Moro. “Il problema è che non si riesce veramente ad andare oltre Campo 1. Fino a Campo 1 si può tranquillamente perché è riparato, ma dopo, quando comincia la scalata vera e propria, il pericolo di valanghe è alto e il vento un vero problema. Se il meteo rimanesse stabile potremmo anche tentare, ma continua a nevicare. Oggi tutti insieme, con gli sherpa, i compagni con cui abbiamo condiviso questa esperienza, abbiamo guardato in faccia la realtà e abbiamo deciso di chiudere qui. Neanche questo mio quarto tentativo è bastato, e oggi posso dire di aver passato un anno esatto della mia vita qui sul Manaslu”.

Questo è stato il quarto tentativo per Moro e, come per gli altri, anche questa volta la spedizione invernale al Manaslu di gennaio e febbraio è stato un tentativo di rivisitazione moderna di due grandissime scalate del passato.

Simone Moro ha al suo attivo 23 spedizioni invernali su diverse montagne e regioni del pianeta, rilanciando così l’attenzione e l’esplorazione invernale sugli 8000, dopo la fantastica stagione delle prime scalate effettuate dai polacchi negli anni ’80. Solo lui fin qui ha raggiunto 4 cime di 8000 metri in completa stagione invernale: Shisha Pangma 8027 mt nel 2005, Makalu 8463 mt nel 2009 e Gasherbrum 2 nel 2011, Nanga Parbat nel 2016.

“Ho dedicato oltre un anno di vita al Manaslu, esercitato l’arte dell’attesa e della pazienza, investito risorse a cinque zeri, ma nonostante tutto questo, il Manaslu di 8163 metri, la montagna considerata più facile tra i giganti della terra, mi ha respinto anche questa quarta volta.
Dovrei parlare al plurale visto che in quattro tentativi ho avuto compagni diversi, ma ho imparato sin da piccolo a condividere solo i successi e a non farlo mai nei fallimenti”

Simone Moro

Nella spedizione, Simone Moro è stato accompagnato dai suoi sponsor:

The North Face, La Sportiva, Camp-Cassin, Garmin, Gruppo Autotorino Spa, DF-Sport Specialist, Acerbis Sport, Somain Italia, Intermatica, Altitude Helicopters, La Manta Foods e Fra.Mar.

Simone Moro è pronto per il Manaslu

Simone Moro è pronto per il Manaslu

Simone Moro è pronto per la partenza al Manaslu, l’ottava montagna più alta del mondo.

Dopo il terzo tentativo nella scorsa stagione invernale 2020/21, l’alpinista bergamasco ritorna in Nepal per la quarta volta d’inverno per la salita della montagna nepalese: la prima volta nel 2015 con Tamara Lunger, la seconda nel 2018 con Pemba Sherpa, la terza nel 2020 con Alex Txicon.

Simone Moro annuncia la meta della sua spedizione invernale 2021/2022: la salita del Manaslu (8163 m.), l’ottava montagna più alta del mondo, e del Manaslu Pinnacle (7992 m). Il massiccio è situato nel Nepal centrale, nella catena montuosa dell’Himalaya.

Questo è il quarto tentativo per Moro e, come per il tentativo del 2015/16 – insieme all’alpinista altoaltesina Tamara Lunger – del 2018/19 – con il nepalese Pemba Gelje Sherpa – e del 2020/21 – con Alex Txicon, alpinista spagnolo già in vetta con Simone Moro nel 2016 sul Nanga Parbat e Iñaki Alvarez – anche questa volta la spedizione invernale al Manaslu di gennaio e febbraio vuole essere esattamente un tentativo di rivisitazione moderna di due grandissime scalate del passato.

I tre tentativi del 2015, 2018 e 2020 fallirono a causa della quantità di neve caduta in pochi giorni che rese la scalata impossibile. Nel 2015, dopo 51 giorni di attesa che le condizioni migliorassero, Simone scrisse: “Una spedizione non è mai solo una pura performance, una scalata fatta col cuore in gola. E’ spesso un gioco di pazienza e di nervi e penso che Tamara e io abbiamo davvero fatto tutto per dare tempo al tempo e alla montagna di coprirsi di neve e farsi spazzare dal vento. Questa attesa però ora non ha cambiato nulla e noi abbiamo perso tantissimo materiale alpinistico e passato ore, giornate intere a spalare. Questa avventura è semplicemente rimandata.”

Anche per questa quarta spedizione al Manaslu, Simone Moro non sarà però solo, i suoi compagni di scalata saranno Abiral Rai, guida UAIGM, fotografo e pilota di drone, di nuovo Alex Txicon, e Sajid Alì Sadpara, figlio dell’alpinista Alì Sadpara che era salito in vetta al Nanga Parbat insieme a Simone e ad Alex nel 2016 e che ha perso la vita quest’anno durante la spedizione invernale sul K2.

La prima scalata invernale del Manaslu fu compiuta il 12 gennaio 1984 dai polacchi Maciej Berbeka e Ryszard Gajewski, nonché il concatenamento della salita in successione delle due vette del massiccio del Manaslu: il Pinnacolo Est di 7992 metri di quota e la vetta principale di 8163 metri. Quest’ultima scalata venne effettuata sempre da due grandissimi alpinisti polacchi: Jerzy Kukuczka, Artur Hajzer il 10 novembre 1986.

Simone Moro ha al suo attivo 19 spedizioni invernali su diverse montagne e regioni del pianeta, rilanciando così l’attenzione e l’esplorazione invernale sugli 8000, dopo la fantastica stagione delle prime scalate effettuate dai polacchi negli anni ’80. Solo lui fin qui ha raggiunto 4 cime di 8000 metri in completa stagione invernale: Shisha Pangma 8027 mt nel 2005, Makalu 8463 mt nel 2009 e Gasherbrum 2 nel 2011, Nanga Parbat nel 2016.

Il progetto al Manaslu, di nuovo come nel 2015, riguarda il concatenamento della vetta principale e del Pinnacolo Est di 7992 m. Questa doppia salita non è più stata ripetuta, neppure in stagione favorevole. Nello specifico, il Pinnacolo Est del Manaslu è la punta di 7000 metri più alta del pianeta. Solo 8 metri la separano dalla fatidica quota di 8000 metri. Proprio per questo, per lanciare il forte messaggio che il futuro dell’alpinismo d’alta quota, anche invernale, sarà inevitabilmente sulle montagne di 7000 metri, è stato scelto questo concatenamento, lasciando il Pinnacolo Est come conclusione del progetto invernale.

“Il mio alpinismo è figlio di un sogno, non la copia di un alpinismo già fatto” racconta Simone Moro. “Queste sono state le mie parole dopo la terza rinuncia al Manaslu per annunciare che a dicembre sarei ritornato. E così sarà. Sarà la quarta volta, neanche il Nanga Parbat mi ha costretto a rinunciare così tanto. Partirò ai primi di dicembre, andrò per l’acclimatamento in Nepal, nella valle del Khumbu, quella dell’Everest, e penso di salire l’Ama Dablam, poi per fine dicembre vorrei essere al campo base del Manaslu. La scorsa volta ho sentito l’esigenza di comportarmi nel modo più conservativo possibile, vista anche la tragedia al K2 dello stesso periodo. Ritorno ora con un nuovo sogno che spero di realizzare”.


Nella spedizione, Simone Moro sarà accompagnato dai suoi sponsor:

  • The North Face
  • La Sportiva
  • Camp-Cassin
  • Garmin
  • Gruppo Autotorino Spa
  • DF-Sport Specialist
  • Acerbis Sport
  • Somain Italia
  • Intermatica
  • Altitude Helicopters
  • La Manta Foods
  • Fra.Mar.

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Southern Warriors CrossFit Competition

Southern Warriors CrossFit Competition

Sceso dal podio del Southern Warriors 2021 – rinomata competizione di Crossfit a Monopoli (BA), Mirko Priola (alias Mirko Priola Trainer) condivide le sue riflessioni post gara.

Southern warriors 2021 Mirko Pirola podium
Cross fit

Eccomi qui, un po’ frastornato e ammaccato. Sembra un controsenso, ma tutto ciò regala una sensazione di benessere totale e di felicità.
Chi testa se stesso in una competizione, sa di cosa parlo.

La vittoria di questo Southern Warriors 2021 (Cat. Regular Master 45) è stata diversa da quella del 2019 (Cat. Regular Master 40): un’emozione bella e forte, ma diluita.

Mi sono chiesto come mai e mi sono risposto:

  • perché anche solo essere qui, dopo un 2020 saltato per forza, era già aver vinto;
  • perché reduce da un anno di gare (vittoriose) di tutt’altro tipo, sono arrivato a questa più preparato, sia fisicamente che mentalmente più forte;
  • perché sono partito calmo e concentrato;
  • perché dopo 5 anni, qui ormai è casa e a casa ci si sente bene.

Se da un lato è andato tutto liscio come l’olio, anzi forse proprio per questa ragione, quest’anno questa gara mi ha fatto mettere in discussione alcuni miei punti fermi, e confermarne degli altri che magari ho sottovalutato. Punti sui quali lavorerò:

IL CROSSFIT È UNA DISCIPLINA COMPLETA, VA RISPETTATA NELLA SUA COMPLETEZZA

Mi sono cullato sulle garanzie del contesto di gara over 45 “dove tanto certi movimenti non vengono inseriti” e zaaaaaac un bel WOD con handstand walk – che tatticamente ho saltato, ma mi fa sentire “sporco” quindi chapeau a @davidegre che l’ha imparato in 5 giorni mentre io l’ho “snobbato”… ora handstand walk quotidiano per un anno…
GRAZIE.

GIOCARE “FACILE” DA SODDISFAZIONE MISURATA

Visto che grazie alle gare bb e al fatto che ora questo è il mio lavoro full time, posso anche spaccarmi il culo per gareggiare con gli elite e lasciare i master in pace – me l’ha fatto notare @kajakko! e c’ha pure ragione!
GRAZIE.

COACH UNITI

Questa volta sono stato allenatore di me stesso e ha funzionato. Ma ha funzionato perché ho avuto le porte aperte al confronto con altri coach che RINGRAZIO!!! Coach Omar Mohamed Alì per il supporto e il confronto in un momento di crisi – che ci sono sempre – e Coach Alberto Grazia per avermi dato una chiave di lettura diversa dell’allenamento con la sicurezza del bb come base.
GRAZIE

LO SPIRITO DI TEAM NON È UNA CAZZATA

Ci si riempie facilmente la bocca con l’importanza di coltivare e crescere lo spirito di squadra. Effettivamente oltre a una medaglia al collo ieri, mi sono portato a casa le pacche sulla spalla e il suono delle risate dei grandi master 45 che hanno gareggiato con me!
GRAZIE.

PROFESSIONALITÀ

La professionalità non è mai scontata e la capacità di un’organizzazione – Southern Warriors e Judge Rules – di tenere duro in momenti di difficoltà e riaprire le porte appena possibile per esserci e accogliere sempre con entusiasmo è da riconoscere e premiare!
GRAZIE.

E GRAZIE ❤️ a te, mia compagna di vita, forza della natura in grado di trasmetterla tutta! (insieme al tuo innato e smisurato spirito competitivo 😂)

E adesso?
Adesso pensiamo alla prossima e aggiustiamo il tiro dove va aggiustato.


Here I am, a little dazed and bruised. It seems like a nonsense, but it all gives a feeling of total well-being and happiness.
Anyone who tests themselves in a competition knows what I’m talking about.

Winning this Southern Warriors 2021 (Cat. Regular Master 45) was different than winning the 2019 (Cat. Regular Master 40): a good, strong emotion, but diluted.

I wondered why and answered myself:

  • because even just being here, after a forcefully skipped 2020, was already having won;
  • because after a year of (victorious) competitions of a completely different kind (body building), I arrived at this one better prepared, both physically and mentally stronger;
  • because I started out calm and focused;
  • because after 5 years, this is now home and at home you feel good.

If on the one hand everything went smoothly, and perhaps for this very reason, this year this race has made me question some of my fixed points, and confirm others that I may have underestimated. Points on which I will work:

CROSSFIT IS A COMPLETE DISCIPLINE, IT MUST BE RESPECTED IN ITS COMPLETENESS
-> I was lulled by the guarantees of the context of competition over 45 “where certain movements are not included” and zaaaaaac a nice WOD with handstand walk – which tactically I skipped, but it makes me feel “dirty” so chapeau to @davidegre who learned it in 5 days while I have “snubbed” … now daily handstand walk for a year …
THANK YOU.

PLAYING “EASY” GIVES MEASURED SATISFACTION
-> since thanks to bb competitions and the fact that this is now my full time job, I can work my ass off to compete with the elites and leave the masters in peace – @kajakko pointed it out to me! and he’s right!
THANK YOU.

UNITED COACH
-> this time I was coaching myself and it worked. But it worked because I had the doors open to comparison with other coaches who I THANK!!! Omar Mohamed Alì Coach for the support and the confrontation in a moment of crisis – that there are always – and Alberto Grazia Coach for giving me a different key of interpretations of the training with the safety of the bb as base.
THANK YOU

TEAM SPIRIT IS NOT A BULLSHIT
-> we easily fill our mouths with the importance of cultivating and growing team spirit. In fact, in addition to a medal around my neck yesterday, I took home the pats on the back and the sound of laughter from the great master 45s who competed with me!
THANK YOU.

PROFESSIONALISM
-> professionalism can never be taken for granted and the ability of an organization – Southern Warriors and Project Judge Rules – to hold on in times of difficulty and reopen the doors as soon as possible to be there and always welcome with enthusiasm is to be recognized and rewarded!
THANK YOU.

And THANK YOU ❤️ to you, my life partner, for being a force and passing it all on! (along with your innate and boundless competitive spirit 😂)

All’Europeo 2020 hanno vinto tutti!

All’Europeo 2020 hanno vinto tutti!

All’Italia nessuno leverà questo trofeo ed il titolo di campione d’Europa 2020 ma a molti altri, non solo all’Inghilterra, possiamo assegnare la medaglia d’argento.

Chi sono questi altri campioni? Sicuramente tutti quei brand che dal lunedì mattina post finale erano già pronti con una campagna di comunicazione pronta a tappezzare le nostre social gallery.

Perché lo sport per noi è bello anche per questo, ci da la possibilità di creare una campagna di comunicazione da qualsiasi situazione. Lo vediamo quando top brand utilizzano i big dello sport per le loro pubblicità, e lo vediamo anche quando qualsiasi brand, anche quello più lontano dallo sport, trova il pretesto per affiancarsi a quello che lo sport comunica.

Real-time marketing

Eh si, sicuramente l’Inghilterra si merita la medaglia sia per quanto dimostrato in campo sia per aver dato il “la” a tutti quei brand che, ad esempio, hanno ironizzato sulla frase “It’s coming home”.

Non è solo approfittare di una situazione congeniale per veicolare il proprio brand seguendo l’onda del momento, è, a nostro avviso, l’involontaria volontà di affiancarsi a quei valori che lo sport da sempre porta con sé. Genuinità, forza, squadra, perseveranza. Lo sport viene concepito in maniera sana e di conseguenza anche la comunicazione che ne promuove i valori.

Vediamo come i brand si stanno sbizzarrendo in questi giorni.